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NEL CORSO DEL PROCESSO di primo grado per l’omicidio del giornalista Giancarlo Siani, il 16 novembre 1996 (davanti alla corte d’assise presieduta da Pietro Lignola, con giudice a latere Giuseppina D’Antonio) è stato interrogato l’imputato Ferdinando Cataldo, uomo del clan Gionta, diventato collaboratore di giustizia.
Cataldo ha raccontato della decisione di Angelo e Lorenzo Nuvoletta di punire Siani che scrivendo dell’arresto di Valentino Gionta li aveva fatti passare per "infami"; delle iniziali resistenze di Gionta; dell’organizzazione dell’omicidio; della spedizione davanti al Mattino per consentire ai killer di individuare il cronista; dell’incontro e del bacio che Salvatore Annunziata, imprenditore legato ai clan e conoscente di Siani, diede al giornalista quando lo vide uscire dal Mattino in compagnia di un collega.
Su questo episodio poco conosciuto (sul quale in udienza non ci sono stati interventi da parte della corte, né degli avvocati ) abbiamo girato cinque domande a giornalisti del Mattino che conoscevano bene Siani e a un cronista, un avvocato e un poliziotto chei per ragioni professionali hanno seguito da vicino le indagini e i processi di primo e secondo grado. Ecco le domande e le loro risposte.

1 È credibile l’episodio raccontato da Ferdinando Cataldo?
2 Prima della testimonianza resa da Cataldo il 19 novembre 1996 aveva già sentito parlare del bacio di Salvatore Annunziata a Giancarlo Siani davanti alla sede del Mattino?
3 Chi era "il giornalista" che, secondo Cataldo, accompagnava Siani?

4

Perché in quindici anni "il giornalista" testimone dell’incontro non ha mai parlato di questo episodio?
5 Le sentenze di primo e secondo grado hanno fatto piena luce sull’omicidio Siani?

EDUARDO CICELYN
napoletano, quarantuno anni, ha lavorato al Mattino dall’86 al ’98, per passare poi all’Unità come redattore capo; attualmente è in cassa integrazione.
Nel settembre ’85, Cicelyn, come Siani, è abusivo al Mattino e subito dopo l’assassinio di Giancarlo viene allontanato dal giornale insieme ad altri precari (Michele Tanzillo e Pietro Treccagnoli); ottiene il contratto di assunzione a via Chiatamone il primo gennaio ’86.

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Eduardo Cicelyn

Per molto tempo siamo stati svegli parlando di quel bacio e di mille altri sospetti. Eravamo in pochi ma sembravamo tanti per quante volte le opinioni si scontravano e i ricordi dell’uno si mischiavano a quelli dell’altro. Fino alla rissa, fino alla nausea. Fu il pentito a raccontarlo. Prima, nessuno l’avrebbe mai pensato. Giancarlo era stato tradito e consegnato ai killer da uno di noi? Non so se sia vero. Personalmente non l’ho mai creduto. Morendo Siani era diventato il simbolo napoletano di un giornalismo coraggioso, battagliero, impegnato. Era diventato il martire di una professione che "Il Mattino" non ha mai rappresentato e che noi giornalisti di quella testata non abbiamo mai praticato, perché nessuno ce lo aveva mai insegnato, perché nessuno lo voleva. "Il Mattino" era il foglio dei poteri costituiti. Nessuna attitudine culturale e politica (se non quella dei portaborse) era tollerata in quel giornale. Tecnica, furbizia artigianale tantissime, ma capacità di analisi e di intervento originali meno di zero. Noi, il nostro piccolo gruppo di giornalisti cosiddetti democratici ci consideravamo i migliori, ma non l’avevamo mai dimostrato. La morte di Siani ci svelò questa orrenda contraddizione e determinò per sempre il nostro senso di colpa. Non sapevamo nulla, finché un pentito e qualche magistrato intelligente raccontarono come stavano le cose.
Tuttavia non credo al bacio e non credo al coinvolgimento di uno solo dei miei colleghi di allora, semplicemente perché penso che nessuno tra gli amici o gli avversari di quei tempi avesse interesse per il lavoro di Giancarlo. Giurerei che nessuno in redazione speculò sui suoi articoli. E scommetterei la testa che né il suo caposervizio, né il viceredattore capo né il redattore capo lessero mai una sola riga dei pezzi pubblicati da Giancarlo. All’epoca, intendo dire. Dopo li abbiamo tutti mandati a memoria. Ma allora chi avrebbe sprecato più di un minuto per compilare e titolare piccoli articoli di "nera", il cui unico pregio era che servivano a tappare buchi in pagine affollate da inutili dichiarazioni di autorità locali? Se qualcuno avesse letto, avrebbe dovuto valutare le notizie, pretendere da Siani di svelarne le fonti, oppure fidandosi fino in fondo del suo lavoro valorizzare gli articoli, ritornarci, sviluppare inchieste approfondite sulle nuove strategie della camorra. Mettendo però in campo anche altre firme, quelle più prestigiose, commentatori autorevoli e tutta la potenza del giornale. Niente, la notizia e via. Ed ecco Giancarlo abbandonato a se stesso , al suo entusiasmo e alla sua imperizia (vogliamo, possiamo dirlo?), forse scambiato dai suoi killer per un amico dei loro avversari.
La morte di Siani è una tragedia del giornalismo napoletano, perché svela l’ignoranza e l’indolenza di un bislacco establishment che ha governato "Il Mattino" per tanto, troppo tempo. Ma noi, i democratici, gli impegnati, non siamo stati migliori. Questo ci affligge da quindici anni. Perciò siamo diventati sospettosi e cattivi, qualche volta immaginando a ritroso congiure, tranelli e nefandezze varie. Il nemico era la stupidità e l’incompetenza, che neanche la magistratura potrà mai perseguire. Noi, quindici anni dopo, dobbiamo onestamente riconoscere che il caso Siani è la malinconica bandiera della nostra innocenza strappata e delle illusioni perdute a rincorrere il tempo fuggito.

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Pietro Gargano

PIETRO GARGANO
napoletano di Vico Equense, cinquantasette anni, al Mattino dal ’63, nel '95 è stato numero due a via Chiatamone con l'incarico di redattore capo centrale. Nell’autunno del ’93, su incarico del direttore Sergio Zavoli, ha guidato, con il vice direttore Paolo Graldi, un gruppo di giovani cronisti (Maria Rosaria Carbone, Giampaolo Longo e Pietro Perone) che per mesi ha seguito quotidianamente le indagini sull’omicidio Siani, coordinate dal pm Armando D’Alterio e dal capo della Mobile Bruno Rinaldi.

1) Sembra una scena tratta da uno dei filmacci sulla mala degli anni Settanta, francamente inverosimile. Perché dei professionisti del crimine avrebbero dovuto correre un pericolo così alto? In un porto di mare qual è l’avamposto di un quotidiano rischiavano di essere riconosciuti, comunque di lasciare tracce; invece avevano cento altri luoghi e modi per individuare l’obiettivo. Certo, i giudici hanno creduto alle rivelazioni dei pentiti, del resto ampiamente riscontrate dagli inquirenti. Ma una cosa è accettare un impianto accusatorio, un’altra prendere per buono ogni dettaglio. Viene a mente il giudizio di Benedetto Croce a proposito di alcune raccapriccianti leggende sulla repressione del 1799: non è vero nulla - scrisse il filosofo - ma l’orrore era tanto che perfino l’ esagerazione diventava plausibile.
2) Un vecchio, saggio cronista, diceva che al Mattino "’e microfone teneno ‘e cosce". Intendeva dire che in una redazione si finisce per sapere perfino ciò che in realtà non è accaduto. Un giornalista che conserva per tanti anni il segreto su un episodio decisivo per la morte di un collega, che tra l’altro sarebbe avvenuto alla luce del sole? Via, è davvero troppo anche per gli amanti della dietrologia più fosca.
3) Ripeto: sono convinto che non esista. Ma è bislacco che nessuno abbia chiesto in aula a Cataldo almeno che aspetto avesse questo fantasma.
4) Al nulla non c’è risposta. E tuttavia vorrei tentare di ragionare brevemente sull’impatto emotivo dell’uccisione di Giancarlo Siani. Il delitto ha cambiato la vita - quella professionale, intendo - di una generazione di giovani e bravi cronisti. Ricordo colleghi appena rientrati da piazza Leonardo che non riuscivano a scrivere una riga: con qualche altro più esperto - fingendo cinismo, nascondendo il dolore - battemmo le notizie da loro raccontate a voce. Dopo, nessuno dei veri amici di Giancarlo ha continuato a lungo a fare cronaca nera: chi si è occupato di economia, chi di politica internazionale, chi di scuola o di università o di altro ancora. E nessuno di loro era un vigliacco, anzi. C’è stato uno sconcerto mai esplorato fino in fondo, assai intricato. Negli anni successivi quasi tutti questi oramai ex-ragazzi, che sono amici miei, del caso-Siani hanno parlato poco e malvolentieri. Ed è atteggiamento ben diverso e più profondo dell’ipocrisia di qualche altro, di chi definiva imprudenza l’elementare dovere di un cronista, forse anche perché imbarazzato dalla condizione professionale di Giancarlo, un abusivo ucciso sul fronte della cronaca. Sarà stato per incapacità mia, ma uno sforzo collettivo per accertare la verità io non l’ho mai avvertito. Anzi, una certa reticente indifferenza, diventata più corale, è durata troppo a lungo: quando fu dedicata a Siani l’aula magna del Mattino, con la lapide e la scultura donate da Mimmo Paladino, eravamo in ventidue su centocinquanta redattori. E la nostra inchiesta giornalistica - parallela alla giudiziaria conclusa dalle incriminazioni e dagli ergastoli confermati in appello - è stata accompagnata pure da qualche scetticismo a tratti irridente. E anche un quotidiano concorrente il giorno in cui pubblicammo la prima notizia sulle dichiarazioni del pentito-chiave scrisse che di queste non c'era traccia giudiziaria esponendoci a qualche rischio. A tutti, comunque, appartiene un rimorso: se fossimo stati come Giancarlo, e doveva essere la norma, lui non sarebbe stato l’unico obiettivo, probabilmente non sarebbe stato nemmeno un obiettivo.
5) Sono convinto di no. Fu Violante, oggi presidente della Camera, a definire per primo il delitto-Siani "un atto di terrorismo politico". Se conosciamo, per sentenze di tribunali, i sicari e i mandanti del primo livello, resta nell’ombra tutto ciò che Leonardo Sciascia definiva il contesto e che rende possibile un crimine, se non lo decide direttamente: depistaggi e silenzi, intreccio tra malavita, affare e politica (non solo locale), corruzione diffusa in ogni centro di potere, un mondo buio e variegato di fiancheggiatori neppure tutti consapevoli, un grumo di carrieristi senza freni, ombre più segrete e oscure. Perfino qualche aspetto del lavoro di Giancarlo - più incisivo e tormentato di quanto emerso finora - non è stato esplorato a sufficienza. Riesce difficile credere che al di fuori delle Famiglie camorristiche e mafiose nessuno, proprio nessuno, sapesse se non della condanna a morte almeno dei rischi enormi cui era esposto il giovane giornalista. Detto questo, non m’illudo che - quindici anni dopo - sia possibile fare altra luce. Nel riflusso, l’attuale non sembra neppure il momento ideale e forse il momento non arriverà presto e intanto le piste saranno ulteriormente sbiadite: se tutto scorre, tutto sta pure tornando, come se niente fosse accaduto. E’ storia vecchia. Quando si trovò davanti alle verità di Stato sull’uccisione del bandito Giuliano, il buon Besozzi scrisse: "Di sicuro c’è solo ch’è morto". Grazie a lui, qualcosa di vero si seppe.Ma Besozzi finì suicida e la strage di Portella delle Ginestre, benché non più segretata, è tuttora un mistero.

ENZO LA PENNA
napoletano, quarantadue anni, da quindici cronista di giudiziaria, ha lavorato ai quotidiani Napolinotte e Paese Sera.
Dall'87 è redattore della sede napoletana dell'Ansa e dal '94 collaboratore della Stampa

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Enzo La Penna

1) Penso di sì, soprattutto perché ragionando in negativo non mi spiego per quale motivo il pentito avrebbe dovuto inventare un episodio che non rappresenta sicuramente un passaggio determinante né nell'economia del processo, né nel quadro complessivo della deposizione del collaboratore. Del resto delle due l'una: o Cataldo racconta frottole (e non mi sembra che le sentenze si siano pronunciate in tal senso), o dice il vero. Può darsi che la sua sia una verità parziale, o una verità contaminata da qualche omissione o incertezza. Ma anche in questo caso mi riuscirebbe difficile capire perché mai uno che si attribuisce un ruolo centrale nell'omicidio, fa i nomi dei complici, ricostruisce gli incontri che precedettero il delitto, racconta quello che accadde durante e dopo l'agguato, inciampi poi in una bugia che, nell'ambito dello scenario, costituisce un dettaglio. Un discorso a parte potrebbe riguardare il fatto che la sua è una dichiarazione 'de relato': come fanno i camorristi ad affermare che l'uomo che si accompagnava a Siani era un giornalista? Annunziata conosceva anche il collega? Glielo ha presentato Giancarlo? O hanno dedotto che per il semplice fatto di essere lì con lui, davanti al giornale. dovesse trattarsi necessariamente di un collega? Ecco, su questo punto il dubbio è legittimo.
2) No, la circostanza l'ho appresa soltanto leggendo la deposizione del pentito. Di ciò che accadde in via Chiatamone nei giorni precedenti al delitto, o la mattina stessa di quel 23 settembre, si era parlato soltanto a proposito di quella ingarbugliata e mai chiarita storia del poliziotto al quale si sarebbe rivolto Giancarlo per chiedere protezione dopo le minacce subite.
3-4) Se un collega di Giancarlo è stato testimone consapevole dell'episodio e non si è fatto avanti per raccontarlo agli inquirenti deve portare il peso di una responsabilità morale e civile enorme. Tenendo conto che si sarebbe trattato di un punto di partenza formidabile per una indagine che, invece, per oltre un decennio ha registrato solo clamorosi fallimenti. L'unica attenuante è che non abbia dato peso alla circostanza, o l'abbia addirittura cancellata dalla mente. Il che è credibile trattandosi di un episodio di assoluta banale quotidianità come può essere la scena di un collega che per pochi secondi si intrattiene a salutare un conoscente.
5) Va fatta una premessa: il delitto Siani rappresenta uno dei pochi, se non il solo, delitto eccellente di camorra. Qui non capita, come avviene invece in Sicilia, che vengano ammazzati magistrati, prefetti, giornalisti. Ecco perché , come la quasi totalità dei cronisti che si sono occupati dell'inchiesta, sono stato sempre convinto che Siani sia stato ucciso per aver scoperto un terribile intreccio tra camorra, appalti e pubblica amministrazione (cose che del resto non erano nel regno delle favole, ma che verranno tutte puntualmente alla luce quando sarà sollevato il coperchio su tangentopoli) . Per arrivare ad ammazzare un giornalista, compiere dunque un delitto eccellente, occorreva insomma - questa la mia opinione - che interessi grossi e inconfessabili (e ce n'erano) rischiassero di saltare di fronte all'attivismo di un giornalista che sapeva fare il suo lavoro. Da qui il convincimento che Giancarlo sia stato eliminato più per quello che si riprometteva di scrivere piuttosto che per quello che aveva scritto. Una ipotesi che non si basa su semplici deduzioni. Sappiamo infatti che poco prima di morire Siani stava lavorando sulle collusioni mafia politica, come ha raccontato un esponente politico locale al quale si rivolse per attingere informazioni (e che dopo la morte del cronista inutilmente tentò di farsi ascoltare dagli inquirenti che lo liquidarono brutalmente). Giancarlo - ed anche questo è noto - cercava informazioni sui legami tra camorra e politica a Torre Annunziata. Da quanto emerso nell'ultima inchiesta, e confermato al processo che ne è scaturito, il movente viene invece confinato in un paio di righe dove Siani riferisce che i Nuvoletta avevano tradito i Gionta. Non escludo che questa sia la causa scatenante del delitto, ma resto nella convinzione che moventi più profondi siano rimasti nell'ombra. Fermo restando che sulla matrice del delitto (la camorra, e in particolare quella di Torre Annunziata o Marano) non ci sono mai stati dubbi.

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Bruno Larosa

BRUNO LAROSA
reggino di Locri, quarant'anni, avvocato penalista, fa parte dello staff che assiste la famiglia Giordano nell’inchiesta sull’usura in Val d’Agri che ha coinvolto il cardinale di Napoli Michele Giordano.
Nel processo Siani Larosa difende Armando Del Core, condannato in primo e secondo grado all’ergastolo come uno dei killer ed è ora in attesa della decisione della Cassazione prevista per il prossimo 13 ottobre.

1) Prima di tutto ritengo che l’episodio riferito da Cataldo non è vero perché lo stesso pentito non è assolutamente credibile. Intanto è bene ricordare che Cataldo si "pente" durante il processo, quando aveva assistito in stato di custodia cautelare a tutta l’udienza preliminare, nel corso della quale erano state raccolte le dichiarazioni di pentiti che si erano "ravveduti" prima di lui, ed ancora, particolare non trascurabile, aveva una completa conoscenza dell’intero fascicolo processuale (ove erano raccolti tutti gli articoli pubblicati da Giancarlo) e quindi d’ogni particolare dell’omicidio e degli esiti delle indagini. Già questa ragione avrebbe imposto maggiore accortezza nel giudizio di credibilità. C’è di più, poiché Cataldo, indicato da altri "pentiti" come l’esecutore materiale dell’omicidio, del quale sembrerebbe essersi addirittura vantato, durante il processo nel riferire il suo alibi per quella tragica sera del 23 settembre 1985 ne indica uno che successivamente è clamorosamente smentito.
A poco valgono i tentativi operati dai giudici per recuperare la menzogna. Il fatto oggettivo, ineliminabile, è la prova che Cataldo sul punto ha mentito, per questo sull’argomento mi sembra opportuna almeno una censura d’ordine etico.
Cataldo poi è un giontiano, ed è la stessa Corte di primo grado che afferma perentoriamente, a pagina 83 e 97 della sentenza, di una precisa "strategia spontanea o concordata" dei pentiti giontiani finalizzata a "sminuire il ruolo del clan Gionta nel delitto Siani, lasciandone le responsabilità ai soli Nuvoletta", ciò con buona pace della necessità, da più parti espressa, che il pentito per essere credibile almeno non sia portatore di un preciso interesse del gruppo al quale appartiene.
Tutto ciò rende di per se non credibile l’episodio del "bacio", al quale va aggiunta la circostanza che un episodio così rilevante nell’organizzazione del delitto non è stato riferito da nessun altro pentito, soprattutto non è ricordato da quel Donnarumma, cognato di Gionta, il quale, a suo dire, era di casa dai Nuvoletta proprio nei giorni nei quali si sarebbe organizzando l’omicidio.

C’è ancora un altro particolare che rende incredibile l’episodio: tutti sappiamo che Giancarlo era un precario al Mattino e che si occupava di cronaca, quindi il suo lavoro, almeno durante la mattinata e nel primo pomeriggio si svolgeva prevalentemente fuori del giornale, in questura, nei commissariati e negli altri luoghi dove era possibile attingere informazioni e notizie. Bene, se ciò è vero, come facevano i presunti assassini e l’Annunziata a sapere che Siani quella mattina sarebbe rimasto in redazione? Come facevano costoro ad essere sicuri che quella mattina Giancarlo sarebbe sceso in strada e si sarebbe dunque creata l’occasione per il "tradimento"? L’incontro con l’Annunziata doveva almeno sembrare casuale!
Se poi vogliamo dar credito a Cataldo sull’episodio, allora dobbiamo necessariamente ritenere che dal Mattino qualcuno informò il gruppo che Siani il giorno successivo sarebbe stato in redazione e ancora che avrebbe trovato un’occasione per farlo scendere dabbasso (il giornalista che lo accompagnava?).
Perché Cataldo non fa riferimento alla circostanza?
Ma francamente non credo a questa ricostruzione!

Ritengo che la circostanza sia frutto della fantasia del collaborante, disperatamente alla ricerca di raccontare episodi inediti, generici e dunque incontrollabili al fine di dar forza alla tesi accusatoria ed alla sua nuova posizione processuale.
2) L’episodio, per quel che ricordo, emerge per la prima volta con Cataldo proprio nell’occasione del suo pentimento. La cosa che, a parer mio, ha dell’incredibile è il fatto che né il pubblico ministero, né i giudici si siano preoccupati di cercare un riscontro a quanto riferito in quella sede da Cataldo, eppure bastava cercare il collega che aveva accompagnato Giancarlo.
3) Se ammettessimo per vero l’episodio riferito dal pentito, il quesito su chi fosse il giornalista che accompagnava Siani si andrebbe ad aggiungere ai tanti altri, inquietanti, ancora giudizialmente irrisolti!
Giancarlo con chi doveva scrivere il libro sulle illegalità in Torre Annunziata, per il quale aveva raccolto foto e materiale inedito e del quale parla (al plurale!) in una lettera all’amica Grattoni poco prima di essere assassinato?
Che fine ha fatto il materiale da usare per il libro di cui Giancarlo parla nella lettera alla Grattoni?
Che fine hanno fatto le carte di Giancarlo, di cui non si è trovata traccia nell’auto, nell’abitazione e al giornale?
4) Anche in questo caso, ammesso e non concesso il fondamento in termini di verità dell’episodio, dovremmo supporre che il motivo del silenzio possa essere ricondotto ad una complicità con gli assassini del giornalista che accompagnava Giancarlo. Voglio invece credere che non vi sia stato nessun silenzio proprio perché l’episodio non si è mai verificato. Aggiungo che si dovrebbe invece dare risposta ad altri quesiti: Perché Giancarlo il giorno della sua morte era così impaurito da chiedere aiuto al "Falco" soprannominato Maradona (mesi addietro, prima della morte di quest’ultimo, costui è stato arrestato proprio dalla magistratura inquirente napoletana per una supposta collusione con il clan Giuliano), tanto da chiedergli di essere accompagnato a casa proprio quella sera?
Perché lo stesso giorno della sua morte Giancarlo chiese un incontro all’attuale presidente della Provincia di Napoli Amato Lamberti? E perché Giancarlo non poteva parlargli dal telefono del Mattino?
Perché non lo poteva incontrare alla Caffetteria di piazza dei Martiri, poiché troppo vicina al Mattino?
Ancora, perché Lamberti, sentito quale persona informata dei fatti dal pubblico ministero dichiarò: "sempre in riferimento alla telefonata fattami dal Siani il giorno dell’omicidio, rappresento che ho sempre conservato la netta impressione che proprio in relazione a ciò che doveva dirmi la mattina successiva, possa essere stata decisa, di corsa, la sua eliminazione, tenuto conto del fatto che per le modalità del delitto (attesa dei killer per ore sotto la sua abitazione) egli dovesse essere ucciso quella sera ad ogni costo", mentre a dibattimento, inspiegabilmente, lo stesso Lamberti ha smentito di aver avuto quell’impressione, anche dopo la contestazione di quelle precise affermazioni?
A tacere delle perplessità che suscitano alcune dimenticanze di circostanze importanti che vi furono da parte d’alcuni "colleghi" di Giancarlo.
5) I dubbi che rimangono irrisolti danno di per se una risposta. Ripercorrere tutti i dubbi, le incertezze, le prove raccolte in contrasto con la tesi accusatoria, sarebbe cosa difficile, lunga e inutile in questa sede. E peraltro sono state ribaditi lo scorso 19 settembre in Cassazione. Quello che posso dire con serenità è che non credo alla causale secondo la quale Giancarlo è stato ucciso per quella banale notizia circa il tradimento dei Nuvoletta (mi si lasci sostenere che se così fosse vi sarebbero delle precise responsabilità morali da parte dell’informatore, per aver esposto con una notizia peraltro risultata falsa il povero Giancarlo alle reazioni che si vogliono esserne conseguite), ciò non solo perché anche altri giornalisti ebbero a riferire negli stessi giorni la circostanza, ma perché sarebbe storicamente il primo caso in assoluto, ma anche l’ultimo, per il quale un giornalista è stato ucciso senza essere un concreto pericolo per l’organizzazione criminale e per gli interessi che questa persegue. Si veda in proposito il libro di Luciano Mirone, "Gli Insabbiati", 1999, ove sono analizzati su dati processuali ben otto omicidi di giornalisti da parte delle organizzazioni mafiose, e per ognuno di essi si è riscontrato un preciso comun denominatore: il pericolo costante e incessante per l’organizzazione mafiosa e per gli affari della stessa che derivava dalle continue denunce del giornalista, quasi da essere costui considerato una vera e propria spina nel fianco dell’organizzazione.
Dopo aver seguito con l’attenzione che il caso meritava l’intero processo, mi sono convinto che Giancarlo fosse un pericolo costante per qualcuno, ma in quella direzione i magistrati non hanno indagato compiutamente e con la stessa pervicacia con la quale hanno sposato la causale indicata dai collaboranti.
La domanda che porrei a questo punto dunque è un’altra: perché i giudici hanno fatto di tutto per porre la parola fine sull’omicidio di Giancarlo Siani nonostante i tanti dubbi ancora aperti?

BRUNO RINALDI
napoletano di via Duomo, cinquantaquattro anni, in polizia dal ’71, capo della squadra mobile della questura di Napoli dal ’93 al ’96, poi vice questore vicario fino al ’97 quando ha dato le dimissioni. Nel ’93, dopo il pentimento di Salvatore Migliorino, insieme al sostituto procuratore Armando D’Alterio, ha riavviato le indagini sull’omicidio Siani che hanno portato al rinvio a giudizio e poi alla condanna in primo e secondo grado dei killer del giornalista e dei boss che avevano organizzato la spedizione omicida a piazza Leonardo. Rinaldi sta ora scrivendo un libro sull’omicidio di Giancarlo Siani.

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Bruno Rinaldi

Non ero a conoscenza dell’episodio raccontato in udienza da Ferdinando Cataldo e, quindi, del bacio che Salvatore Annunziata, detto Damiano, avrebbe dato a Giancarlo Siani.
Mi chiedo, però, cosa può cambiare nella tragica fine di Giancarlo se ad individuarlo fisicamente fu un bacio, un’indicazione, una fotografia o quant’altro. Lasciamo stare i baci, hanno già rovinato altri processi!
Forse è più importante far rilevare che Giancarlo Siani, prima di essere individuato dalla camorra, era stato da tempo isolato.
Per la verità devo dire che nel corso delle indagini ho riscontrato una preoccupante carenza di memoria in molti giornalisti de "Il Mattino". Uno, addirittura, soltanto dopo quattro anni e reiterati interrogatori e confronti, si è ricordato di aver appreso pochi giorni dopo il delitto che Giancarlo Siani la sera in cui fu ucciso aveva chiesto ad un poliziotto di accompagnarlo a casa. Immaginate solo per un momento se quella notizia fosse arrivata tempestivamente quante certezze si sarebbero potuto raggiungere, certezze che per il tempo trascorso e la malafede di alcuni sono invece rimaste avvolte dalla nebbia. Comunque quando svolgevo il mio lavoro ero caparbio; chissà che qualcuno non ricordi o sia sollecitato a ricordare!
Le sentenze di primo e secondo grado hanno senz’altro fatto luce sui killer di Giancarlo Siani. Forse troppo si è scritto, però, senza che quel popolo italiano, in nome del quale sono state pronunciate le sentenze stesse, abbia potuto capire compiutamente perché è stato ucciso Giancarlo.
Fu solo "l’infamia" attribuita ai Nuvoletta a condannarlo, o anche il suo isolamento ed il tacito, fradicio connubio tra persone che all’epoca apparivano sue amiche?

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