Caltagirone, dopo il ko Mps
ora si spalanca il fronte Inps

IL 15 APRILE l’ottantatreenne imprenditore siculo romano Francesco Gaetano Caltagirone ha incassato un uppercut violento e del tutto inaspettato. Era a un passo dal completare un’operazione alla quale stava lavorando dall’autunno del 2024 che gli avrebbe consegnato il controllo di Monte dei Paschi di Siena e di Mediobanca e un ruolo decisivo nel governo di Assicurazioni Generali ma un rimescolamento delle alleanze nell’istituto senese lo ha trasformato da trionfatore in sconfitto.
L’assemblea dei soci di Monte Paschi nel voto di metà aprile per il consiglio d’amministrazione ha premiato la lista capitanata da Luigi

Lovaglio che ha conquistato otto consiglieri, Caltagirone e i suoi compagni di cordata ne hanno raccolto soltanto sei (tra questi gli uomini designati senza successo ai ruoli di presidente e

Cesare Bisoni e Luigi Lovaglio

di ad, Nicola Maione e Fabrizio Palermo), mentre il quindicesimo è andato alla lista Assogestioni. Otto giorni dopo il cda ha completato il vertice della banca indicando come presidente Cesare Bisoni e come vice Flavia Mazzarella, vicaria, e Carlo Corradini.
Tutti i media italiani hanno dato grande spazio alla bomba scoppiata a Siena. La Repubblica apre la prima pagina con il titoloRibaltone Mps, vince la lista di Lovaglio”, seguono articoli documentati alle pagine 2, 3 e 4. Il Corriere della Sera sceglie il taglio medio di prima: “Mps, la vittoria di Lovaglio / Decisivi i voti di Delfin e Bpm”, con servizi a pagina 16 e 17. Il Mattino di Caltagirone, come prevedibile, minimizza. In prima due titoletti a destra impilati su una colonna: prima la cronaca (“Assemblea Montepaschi, prima la lista con Lovaglio”), poi la riflessione di venticinque righe di Roberto Napoletano, pomposamente intitolata ‘L’editoriale’ (“Il valore del voto / La concordia necessaria”). Va infine riportato il titolo dell’articolo di Adriano Bonafede pubblicato dall’Huffpost: “Francesco Gaetano Caltagirone, l’uomo che voleva tanto. Troppo”).
Un titolo che offre una delle chiavi di lettura della vicenda. Va ricordato che la scalata a tre pilastri dell’economia italiana (Mps, Mediobanca, Generali) è stata condotta da Caltagiorne insieme a Lovaglio, dal febbraio 2022 amministratore delegato di Montepaschi, da Francesco Milleri, presidente e amministratore delegato di EssilorLuxottica, e da Delfin, la holding lussemburghese cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio, l’imprenditore, scomparso nel 2022, che ha fondato e guidato EssilorLuxottica, la più grande produttrice e venditrice mondiale

Flavia Mazzarella e Francesco Milleri

di occhiali e lenti. Arrivati al rettilineo finale l’accordo non ha retto per frizioni tra Caltagirone e Lovaglio e l’imprenditore romano ha pensato di risolvere con il suo carattere brusco la questione  

eliminando il nome di Lovaglio dalla lista per il cda, togliendogli le deleghe fino ad arrivare al licenziamento per giusta causa. Sbagliando perché al momento della stretta Delfin, che con il 17,53 per cento è il primo socio di Mps, ha deciso di puntare su Lovaglio, che ha il merito indubbio di avere rilanciato e consolidato Monte Paschi.
Intanto la procura di Milano, con il procuratore aggiunto Roberto Pellicano e i sostituti Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, ha avviato da mesi una indagine nei confronti di Lovaglio, Caltagirone e Milleri ipotizzando nella scalata a Mediobanca i reati di aggiotaggio e ostacolo alle attività delle autorità di vigilanza (Consob e Bce).
Una indagine che per certi versi ne ricorda una di venti anni fa quando la procura di Milano indagò Caltagirone, l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e l'ex presidente di Unipol Assicurazioni Giovanni Consorte per insider trading e ostacolo alla vigilanza nel tentativo di scalata di Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro. In quel caso, anche se dopo lunghi anni, la vicenda si chiuse bene. In primo grado nell’ottobre del 2011 Caltagirone venne condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione; fu assolto in Appello, decisione annullata dalla Cassazione con nuovo rinvio alla Corte d’appello e nuova assoluzione in quanto “il fatto non sussiste”, decisione poi confermata nel maggio 2015 dalla Suprema corte.
Risultati meno positivi Caltagirone, come datore di lavoro, ha portato a casa sul versante civile. Nel 2007 ha incassato come editore del Mattino

di Napoli ben due condanne per ‘comportamento antisindacale’. La prima decisione la firma il 6 febbraio il giudice del lavoro del tribunale di Napoli Fabrizio Amendola. La seconda condanna

Nicola Maione e Fabrizio Palermo
arriva nell’ottobre del 2007, sempre per ‘attività antisindacale’, ed è della giudice Linda D’Ancona. Anche in Puglia il Gruppo Caltagirone ha ricevuto diverse denunce e condanne per “attività antisindacale” al Quotidiano di Lecce, poi diventato Quotidiano di Puglia.
Negli ultimi dieci anni l’editore romano è stato anche bersagliato da una gragnuola di sentenze di lavoro sfavorevoli che sembrano però non averlo neanche scalfito. La più importante è del luglio 2024 quando la Corte di cassazione ha disintegrato l’operazione messa su nell’aprile del 2016 dai dirigenti della Caltagirone Editore con la creazione di alcune società, tra cui Servizi Italia e Stampa Roma, alle quali erano stati trasferiti decine di poligrafici e amministrativi dei quotidiani del Gruppo, applicando loro lo stipendio del settore commercio che è più basso. La storica sentenza della Suprema corte stabilisce che non si è trattato della cessione di ramo d’azienda ma soltanto del frazionamento di una società in più società, in sostanza un semplice cambio di casacca.
Nelle cause di lavoro a tutte le sentenze di condanna incassate dalla Caltagirone Editore, in primo grado in appello e anche in Cassazione, non è mai stata data esecuzione. Un disinteresse nei confronti delle decisioni dei giudici vicino al disprezzo.
Nelle prossime settimane potrebbero però arrivare delle novità. All’Inps, l’Istituto nazionale della previdenza sociale presieduto da Gabriele Fava
Linda D’Ancona e Roberto Pellicano

con direttore generale Valeria Vittimberga, stanno lavorando su un fascicolo che segnala l’anomalia delle sentenze disattese. Si tratta di somme consistenti di stipendi non pagati e di cifre

significative di contributi non versati che tocca all’Inps incassare. Siamo di fronte a un reato.
Sull’esito della vicenda c’è chi è ottimista (“all’istituto di previdenza non potranno nascondere la vicenda e dovranno prendere una posizione”) e c’è invece chi è scettico (“l’Inps è un ministero e può capitare che nel labirinto dei corridoi qualche fascicolo non si trovi”). Vi aggiorneremo.