Di Maio pubblicista
e l'Ordine campano

QUANDO IL 10 novembre, dopo l’assoluzione del sindaco di Roma Virginia Raggi, il vice presidente del consiglio dei ministri Luigi Di Maio ha scatenato l’ennesima offensiva contro il mondo dei media definendo “la stragrande maggioranza dei giornalisti infimi sciacalli” i quotidiani si sono ricordati che il leader 5 Stelle è un pubblicista e sono andati a vedere dove e cosa ha scritto per conquistare il tesserino.
Dalla ricerca condotta da quasi tutti i giornali (tra gli altri, Mattino, Corriere, Fatto, Repubblica e Giornale) è emerso soltanto che Di Maio è

diventato pubblicista nell’ottobre del 2007, quando aveva ventuno anni, scrivendo per il settimanale Il Punto, edito a Giugliano e diretto da Mauro Fellico, un impiegato della Casagit.
Non si sa però di che cosa si è occupato Di Maio, quanti articoli ha scritto e se è stato pagato dal momento che la legge dell’Ordine stabilisce che l’attività biennale per ottenere l’iscrizione deve essere “continuata e retribuita”.
Sulla vicenda è determinato a fare luce

Mauro Fellico

il deputato di Forza Italia Luigi Casciello, giornalista professionista, ex direttore del Roma e del Salernitano. “Ho già contattato – dichiara a Iustitiail presidente dell’Ordine della Campania Ottavio Lucarelli per chiedere in via ufficiale, in nome della trasparenza tanto cara ai 5 Stelle, l’accesso al fascicolo di Di Maio per verificare la consistenza della sua attività giornalistica e l’avvenuto pagamento degli articoli. E chiederò anche che, nel giorno in cui il vice premier verrà ascoltato dal Consiglio di disciplina della Campania, venga fatta una diretta streaming”.
Va ricordato che nel luglio del 2008, nove mesi dopo l’iscrizione di Di Maio, Mauro Fellico è stato protagonista di un’altra vicenda poco chiara resa nota da Ermanno Corsi, allora consigliere dell’Ordine campano che aveva presieduto dal 1989 al 2007. In una lettera indirizzata ai vertici dell’Ordine nazionale l’ex presidente denuncia che nella riunione dell’Ordine regionale tenuta il 22 luglio “al momento di trascrivere i nomi dei nuovi pubblicisti nel verbale della seduta il segretario Gianfranco Coppola ed io ci siamo accorti che una delle pratiche esaminate e approvate dal relatore portava il nome di un parlamentare (Luigi Cesaro, ndr). Abbiamo aperto il fascicolo e, con grande sorpresa,

Alberto Lucarelli

abbiamo visto che la pratica era assolutamente priva della necessaria documentazione. È stato naturale fermarla. La cosa grave, però, è che l’approvazione della pratica portava la firma di Lucarelli il quale, appena scoperto il maldestro tentativo di farla passare, non ha dato spiegazioni chiudendosi in un mutismo imbarazzato”.
E Corsi continua: “Questo è il sistema con cui, probabilmente, negli ultimi

tempi molte pratiche di pubblicisti sono passate. Ho chiesto perciò che tutte le iscrizioni deliberate nell’ultimo anno vengano attentamente ricontrollate (e quindi anche la pratica Di Maio, ndr)”. Ma la richiesta non troverà mai risposta.
Dagli accertamenti successivi è emerso che con la pratica di Cesaro, “assolutamente priva della documentazione necessaria”, ce ne erano altre diciotto tutte firmate dal direttore del Punto, Mauro Fellico, all’epoca presidente del collegio dei revisori dell’Ordine campano, e tutte bloccate da Corsi e Coppola.
Prima degli “infimi sciacalli” Di Maio si era occupato in altre occasioni dei giornalisti. Il 7 febbraio dell’anno scorso pubblicò un elenco dei cronisti sgraditi con firme delle principali testate nazionali: Carlo Bonini, Valentina Errante, Emiliano Fittipaldi, Edoardo Izzo, Sara Menafra, Elena Polidori, Ilaria Sacchettoni, Alessandro Sallusti e Fiorenza Sarzanini.
Contro “le liste di prescrizioni” e il “tentativo di esporre alla pubblica gogna i giornalisti che si stanno occupando del ‘caso’ Roma” il 9 febbraio il segretario del Sindacato unitario dei giornalisti campani Claudio Silvestri presentò un esposto al Consiglio di disciplina regionale. Della questione venne nominato relatore Nico Pirozzi, presidente della terza commissione, che d’intesa con il presidente del Disciplina Maurizio Romano convocò Di Maio per il 20 marzo. Pirozzi fece anche di più. Chiese un parere sulla possibilità di interrogare un parlamentare a un costituzionalista della Federico II, il professore

Alberto Lucarelli. E veloce arrivò la risposta: “ho avuto modo di leggere le esternazioni di Di Maio e ritengo che il passaggio per il consiglio disciplinare territoriale sia opportuno per capire se vi siano delle responsabilità o meno e anche capire meglio la posizione di Di Maio. Purtroppo non conosco a livello di procedura disciplinare i passaggi, dal momento che nel codice deontologico non ne viene fatta menzione. Però, ripeto, penso che si stia

8 febbraio 2017. Sul Mattino la vignetta di Marassi
procedendo nel modo giusto, anche perché non credo vi sia stata una violazione del testo unico sui doveri del giornalista”.
State procedendo sulla strada giusta”, scrive Alberto Lucarelli; non la pensano allo stesso modo alcuni consiglieri del Disciplina e, forse, anche qualche consigliere dell’Ordine.
Al Consiglio di disciplinadichiara in quei giorni Maurizio Romano a Iustitia sono state manifestate alcune perplessità sull’iniziativa e abbiamo ritenuto opportuno chiedere un parere all’ufficio legale dell’Ordine nazionale. Da Roma si sostiene che Di Maio ha espresso le opinioni sui giornalisti ‘sgraditi’ nella sua veste di deputato ed è quindi tutelato dalle guarantigie dei parlamentari. Ne abbiamo preso atto e deciso di archiviare l’esposto”.
Di Maio esce quindi indenne dalle 'liste di proscrizione'; non è così per il relatore perché quattro mesi dopo c'è il rinnovo del Consiglio di disciplina e Pirozzi viene cancellato. Chi lo ha deciso e perché, dal momento che era stato uno dei consiglieri più attivi e puntuali?
Ora Ottavio Lucarelli annuncia che per gli “infimi sciacalli” ha girato
Domenico e Luigi Falco

una segnalazione al Consiglio di disciplina: Sarà interessante verificare cosa è cambiato dopo un anno e mezzo.
Chiudiamo con i rapporti tra Domenico Falco, vice presidente dell’Ordine regionale e presidente del Corecom campano, e il figlio

Luigi, ripetutamente citati negli articoli sugli infimi sciacalli, con il ministro dello Sviluppo economico. Intervistato da Adolfo Pappalardo per il Mattino Falco padre racconta che il futuro vice premier nel 2010 fece per lui campagna elettorale nel voto per l’Ordine nazionale e qualche anno più tardi “un amico appena eletto mi chiese se c’era qualcuno che potesse seguirlo e io gli proposi mio figlio”. Così Luigi inizia a lavorare con i 5 Stelle ed è oggi il capo ufficio stampa del ministero dello Sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali. Un rapporto ormai solido. Proprio il Mattino un anno fa evidenziò l’anomalia delle nove schede bianche dei 5 Stelle, sempre pronti a sparare in consiglio regionale sulle nomine proposte dal presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e dalla sua maggioranza, quando si trattò di votare Domenico Falco alla presidenza del Corecom.