Perché Sergio Mattarella è
andato alla Facoltà teologica?

NON È AMMESSO essere neutrali davanti alla illegalità”: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è perentorio nel leggere il suo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico alla Pontificia facoltà teologica di Capodimonte. È il pomeriggio del 27 novembre scorso e con Mattarella spende parole dure contro l’illegalità il cardinale di Napoli Domenico Battaglia.
Ma c’è qualcosa che stride. Diciassette mesi prima nell’ambito della inchiesta ‘Ducale’ i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria hanno disposto una serie di misure cautelari per voto

di scambio politico mafioso. Uno degli arrestati è Daniel Barillà che alla Facoltà teologica aveva l’incarico di ‘direttore del personale’ ed era consulente dell’area “fundraising, management e

Giovanni Grasso e Sergio Mattarella

comunicazione”. Il quarantenne Barillà è anche il genero di Domenico Araniti, detto ‘il Duca’, considerato uno dei boss della 'ndrangheta di Reggio Calabria. È invece tra gli indagati dell’inchiesta ‘Ducale’ il monsignore calabrese Antonio Foderaro, nominato Decano della Facoltà teologica dall’arcivescovo Domenico Battaglia, catanzarese di Satriano. Ed è Foderaro che aveva assunto a Napoli il reggino Barillà.
Va anche detto che la Facoltà nel luglio 2024 ha interrotto il rapporto con il genero di Araniti, mentre un mese dopo Foderaro si è autosospeso.
Ma rispetto alle infiltrazioni della criminalità calabrese alla Facoltà teologica è forse ancora più grave ciò che è accaduto dopo: con una scelta gravissima Battaglia ha deciso di non spendere una parola per spiegare cosa era successo a Capodimonte e ha imposto in Facoltà il silenzio assoluto sulla vicenda. L’agenzia Adista nel luglio 2024 scrive che secondo il preside della Facoltà don Francesco Asti del caso Barillà non si deve parlare per precisa volontà dell’arcivescovo”.
Con questo quadro ricco di opacità che senso ha il discorso sulla legalità del presidente della Repubblica alla Facoltà teologica napoletana? Iustitia ha provato a chiederlo allo stesso Mattarella contattando il suo ufficio stampa. Tempo sprecato. Risposte cortesi dalle signore (Silvia e Francesca) che lavorano in segreteria. Annotano il motivo della telefonata e annunciano: “Sarà contattato in tempi rapidi dal dottor Marco Conti”. Passano sette giorni di silenzio e arriva la richiesta di ricevere una email per ripetere quale è il quesito per il presidente. Dopo altri tre giorni si materializza al telefono il dottor Conti che per dieci minuti si fa rispiegare la domanda. Abbozza una risposta vaga e morettiana (“Il presidente non può sapere chi trova in una sala quando va a parlare in giro per l’Italia”) e poi stretto sulla questione delle infiltrazioni della ‘ndrangheta alla Facoltà pontificia di Capodimonte risponde che non sa se lo staff del presidente fosse a conoscenza delle

Domenico Battaglia e Antonio Foderaro

indagini della magistratura reggina e in ogni caso non può fare delle verifiche sull’argomento.
L’organico della presidenza della Repubblica conta oltre 700 persone (dato del Sole 24

Ore), è capitanato dal segretario Ugo Zampetti e, sul fronte comunicazione, dal capo ufficio stampa Giovanni Grasso. Lo staff sarà sicuramente superefficiente sulle questioni medie e grandi ma su faccende minuscole pare perda colpi.
Del resto era già successo nell’estate del 2021 quando il capo dello Stato incontrò al Quirinale Matteo Berrettini reduce dalla finale del torneo di Wimbledon: Iustitia chiese a Mattarella se sapeva che Berrettini, come le altre punte del tennis italiano Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, aveva allora, e ha oggi, la residenza a Montecarlo e quindi non paga le tasse in Italia. Evasiva e democristiana la risposta inviata dal presidente attraverso il suo ufficio stampa: “ringrazia molto per la segnalazione e ne terrà conto ma non intende commentare la notizia”.